Un cappuccino a Hinckley
Un amico, super appassionato della Triumph, ha coronato il suo sogno di andare alla sede dell‘azienda, in Inghilterra. Una visita al museo, un cappuccino con il cacao che forma il logo della casa, ed ecco le sue riflessioni
Di Marco Recchi
Breve prologo, per dire che sono amico di Marco, che vedete nella foto d’apertura, da molti anni. Anche se non ci si frequenta mai, e manco ci si telefona. “Quindi non siete amici!”, direte voi. In realtà, al di là degli impegni quotidiani reciproci, con Marco c’è affinità.
Ci siamo conosciuti in un ambito lavorativo nel quale io di moto parlavo poco. E lui faceva l’avvocato. Poi ho scoperto che Marco ha una Bonneville. Poi ho scoperto che gli piace parlare anche di motociclette. Poi un giorno mi ha detto: “Parto, sto una settimana in Inghilterra, e vado pure alla Triumph”.
Non potevo non chiedergli di scrivere un articolo, con il suo solito stile originale, che conosco e apprezzo per le riflessioni da pendolare del Frecciarossa che pubblica regolarmente dal treno.
Ed ecco il suo articolo, un pezzo particolare, scritto con il cuore da appassionato, quasi tifoso. Ma con delle riflessioni tutt’altro che superficiali. In fin dei conti, da tempo Marco mi dice: dobbiamo vederci per parlare di moto. Beh, abbiamo iniziato qui.
P.S. Se fossi in quelli della Triumph, gli regalerei almeno un tagliando a uno così. (E una Speed Triple al sottoscritto!). Mastic
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“Guidare una motocicletta non ha niente a che fare con la velocità. È un’esperienza intensissima di libertà psichica e fisica”. Questa frase di John Berger, scrittore, pittore e critico d’arte inglese, mi risuona sempre nelle orecchie quando penso alla mia passione. Al guidare la moto. Si, guidare la motocicletta per me è proprio sempre questa intensissima esperienza. Ovunque io vada, ovunque io sia, la sensazione è sempre questa qui.
Guido la motocicletta da quando avevo 14 anni. La prima moto nei primi anni ottanta del secolo scorso fu una Aprilia RC 50. Una piccola moto da cross da 50 cc di cilindrata, ovviamente raffreddata ad aria. La guidavo spesso nel verde del parco di Monza, e spesso mi perdevo tra gli alberi e le costruzioni fatiscenti delle tribune in legno del vecchio ippodromo.
All’epoca si poteva fare. Erano corse a bassa velocità, ma pur sempre corse, seppure con una moto che aveva un motore da 1,5 CV.
Sarà per questo che sono sempre stato affascinato dalle moto costruite per superare i limiti delle prestazioni legati alla loro potenza. Ho avuto moto di altre marche nella mia esperienza di motociclista: Honda, Kawasaki, Laverda… Ma dagli anni Novanta mi porto dentro la passione per le motociclette inglesi. Per una in particolare: la Triumph.
Una passione nata quasi per caso. Nelle pause pranzo del mio primo lavoro come praticante avvocato, girando per il quartiere Prati di Roma in cerca di qualche pizzeria economica, spesso finivo davanti a una piccola officina che stava in una traversa di via Candia e lì davanti, anche quando era chiusa, c’erano sempre parcheggiate tante Triumph Bonneville, qualche Truxton, e pure qualche Norton. A volte pure delle vecchissime BSA.
Il titolare di questa officina era un signore magro e molto disponibile a chiacchierare con un appassionato di moto come me. Si discuteva dei motori, della potenza, delle prestazioni. Di quelle cose, insomma, che interessano solo agli appassionati di questo genere di esperienza “spinoziana”. Si, perché guidare la motocicletta per un appassionato come me, resta un’esperienza che interessa il corpo, la vista, il cervello e l’istintivo senso dell’equilibrio.
È da quelle chiacchierate, dalla visione di quegli stemmi, di quei poster sui muri di quella officina che nacque in me la curiosità di visitare la fabbrica della Triumph.
Ci sono voluti molti anni, ma finalmente, qualche giorno fa, sono riuscito a coronare il mio sogno. Sono stato a visitare la fabbrica della Triumph a Hinckley in Inghilterra. In realtà non avendo prenotato non ho potuto vedere di persona il lavoro degli operai. Per farlo occorre prenotarsi diversi giorni in anticipo.
Ho visto però il museo e mi sono fermato al Bar a bere un cappuccino e a mangiare una meravigliosa torta al cioccolato.
Il cappuccino, molto buono, lo servono decorandolo con del cioccolato che viene spolverato attraverso un foglio di carta a forma di T. Così che mentre lo porti alla bocca, ti si avvicina il simbolo della casa.

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La storia di questa motocicletta è fatta di paradossi. La fabbrica nasce in UK ma il marchio fu inventato e la società costituita da un tedesco. E grazie a un altro tedesco, il genio che ha avuto le prime intuizioni di cui vi racconto tra poco, la moto divenne da subito un successo. Il fondatore, come dicevo, la fabbrica la realizza in Inghilterra. Da subito la bandiera inglese e altri simboli britannici accompagnano i modelli realizzati. Un nazionalismo sempre sospetto e che ora capisco dopo aver visto la fabbrica e scoperto che un tedesco la inventò, e forse intimorito dagli eventi, nella prima metà del secolo scorso i rapporti tra Inghilterra e Germania non erano dei migliori. Nemici nella prima e nella Seconda guerra mondiale, anche se la casa reale inglese aveva qualche esponente di origine teutonica e qualcun altro come Edoardo VIII, grande estimatore dell’esoterismo del Terzo Reich, nonché amico personale di Hitler. Dietro la sua abdicazione, avvenuta nel 1936, ufficialmente per poter sposare l’ereditiera americana Wallis Simpson, ci sarebbe proprio questo suo “filo-nazismo”.
Ecco forse spiegata la necessità di incentrare sui simboli della Gran Bretagna la produzione. A scanso di equivoci diciamo…
A ogni modo, visitare oggi questa fabbrica emoziona per la storia che si respira in ogni angolo, in ogni anfratto, e soprattutto per la possibilità di visitare il suo museo ricco di modelli storici e di immagini delle icone cinematografiche che hanno amato o apprezzato queste iconiche motociclette. Su tutti Steve Mc Queen. Questo attore che gli americani adoravano e che avevano ribattezzato “king of cools”, che tradotto vuol dire “il re dei fighi”. Mc Queen è stato reso immortale da un film: La grande fuga, nel quale interpretava un pilota di aereo americano che, abbattuto e fatto prigioniero in un campo di concentramento in Germania, scappava con molti altri commilitoni attraverso un tunnel (da qui il titolo del film). Veniva ripreso giorni dopo ai confini con la Svizzera, mentre tentava di saltare il filo spinato del confine con la motocicletta; ovviamente una Triumph TR 6 del 1962.

Ecco, per quelli della mia generazione, quel film è uno dei simboli della ricerca della libertà fisica e psichica. La fuga dagli orrori del nazismo attraverso questa motocicletta, mi rende il mezzo così amabile da non ammettere eccezioni a questa passione. La Triumph però è anche altro. Quelle moto avevano anche la lubrificazione del motore a carter secco, con radiatore dell’olio separato; tuttavia l’avviamento era ancora a pedivella, mentre le altre concorrenti erano già dotate di avviamento elettrico.
Ora, il carter secco rispetto al carter umido è più complesso: infatti per la lubrificazione non usa la coppa dell’olio, poiché esso viene recuperato dalla pompa di recupero in un serbatoio separato e da tale serbatoio, tramite la pompa di mandata, viene spruzzato all’interno del motore, per lubrificarne i vari organi. Il vantaggio di questo sistema è di avere un motore più compatto, avendo un minore ingombro verticale. Veniva utilizzato nelle moto di grossa cilindrata e nelle vetture sportive dove, mancando la coppa dell’olio, il propulsore può essere montato più in basso, migliorando il baricentro. Un altro grande vantaggio che dava era quello di evitare lo spostamento laterale dell’olio in curva, fenomeno che si presentava in particolar modo con le auto e con le moto è questo il motivo principale per cui è stato adoperato su questi mezzi da Triumph, inoltre questo tipo di ausilio faceva sì che non ci fosse più sbattimento d’olio in coppa e apporta una lieve refrigerazione alla temperatura dell’olio.
Perdonami Marco, mi intrometto nella tua dotta citazione: la lubrificazione a carter secco ha il grande vantaggio ridurre molto le perdite di potenza altrimenti generate dal moto degli ingranaggi immersi nell’olio. Qualcun altro per le corse aveva sviluppato la coppa bassa, che aveva la medesima funzione. Mastic
Ok, mi scuso per i tecnicismi, per altro io non sono un ingegnere ma un semplice appassionato, solo che appartengo alla generazione di quelli che le moto le guidavano ma cercavano pure di capirle e magari risolvere i problemi che di volta in volta si presentavano, senza ricorrere sempre all’ausilio di un meccanico. A volte ci cambiavamo il filo della frizione da soli o guidavamo tenendo il filo del gas con la mano, perché la manopola del gas non funzionava bene. Chi non ha mai pulito un carburatore da solo non può capire cosa si provi.
Ecco, ora queste cose non si possono più fare. Le moto si guidano e basta, si devono guidare e basta, tutte le moto, comprese le Triumph. Tutte le Triumph.
Se le tocchi, perdi la garanzia.

Anche le giornate lunghe finiscono, comprese quelle in cui visiti un museo pieno di motociclette, motori, serbatoi, fotografie di epoche passate. Simboli del Regno Unito. Del nazionalismo britannico, così poco locale e così tanto globale da sembrare poco nazionalista. Come la coerenza che a volte per esser tale deve essere incoerente. I cambiamenti arrivano improvvisi nella vita di tutti noi e sono sempre sorprendenti. Portano il meglio? Lo speriamo sempre. Resta a volte la sorpresa di scoprirci diversi da come ci siamo visti per anni. Così, guardando quel museo mi sono sentito spesso diverso da come ero, ma anche uguale a come sono stato. Improvvisamente. E non intendo solo l’estetica. Una barba tolta, dei chili persi, ma semplicemente un modo diverso di guardare gli oggetti che hai desiderato (le moto) e di parlarne o scriverne.
Una moto diversa che non va verso casa, ma in una città diversa da quella da dove sei partito e diversa pure da quella dove ti trovavi. In effetti il tempo è come quel mezzo, in quel paesaggio che guardi dal casco della moto. Pochi fotogrammi ed un brulicare di vita che si perderà lontano, e lascerai alle spalle senza poterla capire e nemmeno ricordare.
Ecco, quella fabbrica, girare per quel museo tra tutte quelle motociclette di un’epoca oramai finita, mi ha fatto venire una gran voglia di guidarle tutte. Ma anche di “sistemarle” tutte e adattarle al pilota, ossia a me, come si faceva una volta. E iniziare, anzi, meglio, continuare questo meraviglioso viaggio che consiste nel guidare una Bonneville.
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