Chi insegna davvero non smette mai di crescere
Venticinque anni di evoluzione nell’insegnamento della guida e della guida sicura. Un’evoluzione profonda, che regala una consapevolezza importante: c’è sempre da crescere, ma bisogna avere il coraggio di guardare oltre
di Riccardo Matesic
Il mio avvicinamento all’insegnamento non avvenne nel settore delle moto; e fu repentino e inaspettato.
Avevo appena preso la cintura nera di Karate, quando il mio maestro, che già allora aveva incarichi nel settore federale della formazione dei tecnici, mi disse che avrei iniziato a insegnare nella sua palestra. Risposi che non mi sentivo in grado. E lui: “certo che non sei in grado. Infatti non ti lascerò mai solo, ti aiuterò quando sarai in difficoltà e ti correggerò quando sbaglierai. Insegnare però è il modo migliore per imparare. Perché se insegni qualcosa di errato, te ne accorgi subito: non funziona”.
Iniziai così un percorso durissimo, nel quale ero sovraesposto a correzioni e rimbrotti. Quello del mio maestro però fu un regalo immenso, perché mi insegnò a insegnare nei nostri fantastici 15 anni di vita insieme in palestra, durante i quali sono diventato un buon istruttore, oltre che un discreto atleta. Poi venne il 2001, quando passai alla Kickboxing perché cercavo nuovi stimoli. Ricominciai a combattere, tastai sulla mia pelle il ruolo importante del coach che ti fa l’angolo. Poi feci i corsi per diventare prima allenatore e poi istruttore. Ma questa è un’altra storia.
La cosa importante è che chi insegna cresce. Perché si confronta con i propri errori, e se ha la modestia di ammetterli, fa tesoro dell’esperienza e impara.
Sempre intorno al 2000, ho iniziato anche a fare i miei primi corsi di guida in pista. Che poi nel tempo si sono trasformati in guida sicura su strada. E arriviamo così al mondo della moto. Ma prima serve ancora un rapido passaggio, per raccontarvi che…

L’autore dell’articolo ripreso mentre segue un allievo in pista (sopra) e mentre tira il gruppo di un’uscita didattica su strada (sotto)

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La paura di farsi male a volte attrae
Una vita fa mi trovai a fare il relatore a un convegno sulla sicurezza stradale. Al mio fianco sedeva una psichiatra, che presentava un libro sugli adolescenti che rischiano. Si parlava di ragazzi che rifiutano l’uso del casco in moto o che amano sfidare la sorte con corse folli. Mi disse una frase che allora trovai dirompente: ricordargli che così rischiano di farsi molto male è controproducente, perché è proprio questa consapevolezza che li spinge a determinati comportamenti. Meglio stimolare un dialogo positivo con i pari, dal quale possa emergere che per essere accettati nel gruppo non c’è bisogno di mettere in pratica comportamenti rischiosi. E in questo confronto fra ragazzi si potrebbero analizzare anche i possibili risvolti nefasti di certe pratiche. Il tutto porterebbe in molti la consapevolezza che non vale la pena rischiare.
Sto parlando di trenta anni fa, quando chi andava nelle scuole a parlare con i ragazzi, spesso spiegava loro la grande verità che sbattere la testa in terra senza casco potrebbe portare alla rottura della testa. Ma va?
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, e chi insegna ha molte consapevolezze in più. Di solito, non sempre.
Ho scelto questo attacco per l’articolo odierno perché, tre decenni dopo, mi ricorda che dobbiamo sempre avere il coraggio di guardare oltre il nostro naso. Perché c’è sempre un mondo da scoprire, e noi dobbiamo continuare a migliorarci.
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Quei corsi di guida dall’approccio esperienziale
Sono arrivato (purtroppo) a un’età nella quale ci si guarda dietro e si ragiona sulle esperienze acquisite. Così penso a quando ho iniziato a insegnare ad andare in moto.
”Per partire devi dare un po’ di gas e lasciare gradualmente la frizione. Per frenare devi chiudere il gas e agire su entrambi i freni. In curva si piega. Quanto? Boh, dopo un po’ viene spontaneo: più vai forte e più pieghi!”.
Corso di guida veloce in pista: lezione teorica sulle traiettorie dello specifico circuito, regole da attuare in pista, gli spostamenti del corpo e poi via. “Vienimi dietro che ti tiro, e se ti fidi di me vedrai che andrai più forte”.
La sto facendo semplice, con un pizzico di ironia. Ma mamma mia quanto eravamo rozzi. E quante cose dovevamo imparare ancora. Proponevamo all’allievo un approccio in buona parte esperienziale. Lo accompagnavamo nella fase di approccio con l’esperienza di guida di un certo tipo; ma eravamo deboli (parlo per me) dal punto di vista teorico e didattico.
Poi abbiamo fatto esperienza ed esperienze. Abbiamo insegnato, accumulando esperienza, e abbiamo fatto esperienze frequentando noi stessi dei corsi formativi; o documentandoci, studiando.
Così, tanti anni fa ho scoperto l’importanza degli schemi motori e mi si è aperto un mondo.
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L’importanza degli schemi motori

Si fa presto a dire bevi quell’acqua!
Pensiamo a un bambino piccolo che cerca di prendere un bicchiere d’acqua sul tavolo per portarlo alla bocca e bere. All’inizio avrà grosse difficoltà a prendere la mira e raggiungere il bicchiere, calcolando la velocità e la traiettoria del braccio. Una volta afferrato, avrà ancora più difficoltà a portare il bicchiere alla bocca, senza darselo sul naso o sul mento. E rallentando il movimento al momento giusto, per non tirarsi l’acqua sul viso. Un adulto è invece in grado di prendere correttamente il bicchiere e di portarlo alla bocca mentre chiacchiera con gli amici a tavola; magari anche mentre si fa una risata. Il motivo è che l’adulto ha creato uno schema motorio per questo movimento abituale.
Movimento abituale: lo schema motorio si crea ripetendo più e più volte nel tempo un determinato movimento.
Tutto quello che facciamo nel mondo fisico, con movimenti volontari che implichino propriocezione, destrezza e coordinazione, lo facciamo applicando schemi motori. Dunque, anche la guida di un veicolo la mettiamo in pratica sfruttando degli schemi motori, che ci aiutano – ad esempio – ad avere il corretto movimento millimetrico sul comando del gas o su quello della frizione.
Tanto più siamo allenati a guidare, tanto ridotto sarà il carico neurologico necessario per condurre in sicurezza il nostro veicolo. Perché compiremo azioni e movimenti routinari più o meno senza pensare. Perché quei movimenti li abbiamo automatizzati.
In questo modo, oltre a gestire con maggiore naturalezza e minore fatica i comandi, libereremo delle risorse mentali che potremo utilizzare per compiti importanti, come guardarci intorno e interpretare il sistema strada nel quale ci stiamo muovendo.
Da questa consapevolezza sono arrivati degli esercizi propedeutici, esercizi che propongono “pezzi di guida su strada”, ripropongono le azioni che bisogna mettere in essere sui comandi del veicolo per rispondere a determinate esigenze. Tutto con l’idea che il cervello umano ragiona come un computer e tratta questi esercizi automatizzati come file eseguibili: li tiene lì pronti, e quando riconosce la situazione spontaneamente esegue quella combinazione di movimenti che ha imparato a memoria nelle esercitazioni su piazzale.

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Mancava ancora l’aspetto cognitivo: eccolo!
Bello no? Però è molto meccanico tutto ciò: si crea una risposta automatizzata a ogni stimolo. Comodo, ma implica un ridotto apporto cognitivo da parte nostra. Reagiamo quasi per istinto.
Il problema è che guidare bene non è solo saper gestire il veicolo. Guidare bene significa saper adattare al contesto la nostra guida. Significa saper leggere il sistema nel quale ci muoviamo. Un’abilità fondamentale in moltissimi contesti. Bisogna avere ben pronti (spontanei!) i movimenti che facciamo, ma bisogna anche conservare la capacità di ragionare, di valutare, di decidere.
E così abbiamo fatto un altro passo avanti, perché quando guidiamo, oltre a saper gestire alla perfezione il nostro veicolo, dobbiamo avere la capacità di guardarci intorno e di decidere se è il caso di frenare o di accelerare, se dobbiamo cambiare traiettoria, e se fra gli altri utilizzatori della strada c’è qualcuno con il quale stiamo per entrare in rotta di collisione. Per fare questo dobbiamo aver sviluppato l’indipendenza emisferica. Vediamo di cosa si tratta.
Gli emisferi del nostro cervello non sono identici per funzioni. Il sinistro sovrintende linguaggio, logica e sequenze. Il destro spazialità, creatività, emozioni e visione d’insieme. Semplificando molto a fini didattici, possiamo dire che in molte persone un emisfero “domina” l’altro. Se a queste persone si chiede di compiere simultaneamente due azioni simili ma non identiche, ad esempio disegnare cerchi con una mano e quadrati con l’altra, queste finiranno con il far fare allo stesso emisfero i due compiti, generando fatica e confusione. Le due azioni si ridurranno a un movimento simile fra le due mani, con una che copierà l’altra. Oppure addirittura una mano si fermerà, mentre solo l’altra continuerà a lavorare.
Tutt’altra situazione con un cervello allenato. Musicisti, atleti, motociclisti esperti e artisti marziali sono solo alcune delle figure che sviluppano indipendenza e coordinazione multi-emisferica.
Torniamo alla guida di un veicolo. L’emisfero sinistro interpreta la situazione, legge il traffico, le regole e prende le decisioni. L’emisfero destro gestisce traiettorie, equilibrio, sensibilità, postura, fluidità. L’indipendenza emisferica significa allora più margine cognitivo e meno “collasso mentale” nelle situazioni critiche. Cosa che ci permette di correggere una traiettoria mentre valutiamo un’auto che entra da una laterale, di modulare il freno mentre notiamo un pedone sul bordo strada, di mantenere fluidità mentre la mente viaggia avanti di qualche secondo rispetto a noi sul nostro veicolo.
Anche l’indipendenza emisferica si allena, con esercizi specifici, che ci costringono a svolgere simultaneamente compiti differenti che attengono prevalentemente a uno o all’altro emisfero. Esercizi che si evolvono, che vengono plasmati nel tempo. Perché il bravo insegnante sperimenta, prova continuamente a evolvere il suo insegnamento, accetta i fallimenti (e se serve chiede scusa), ma prende nota dei progressi e poi li riapplica.
Eccolo il mio percorso, che ovviamente accomuna in parte gli altri istruttori di Motoskills. In parte, perché abbiamo storie differenti, e insieme ci completiamo.
In questo articolo ci sono i miei venticinque anni di voglia di capire. Con la consapevolezza – da buon marzialista – che il buon istruttore non smette mai di imparare. Perché, come dicevamo in apertura, chi insegna davvero non smette mai di crescere.
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In Motoskills costruiamo i nostri corsi partendo da questo principio: automatizzare i gesti, sì, ma senza spegnere il pensiero. Perché la guida sicura è prima di tutto una competenza cognitiva, non solo tecnica.
È con questo approccio che progettiamo i corsi di guida Motoskills: percorsi pensati per far crescere il motociclista, non solo migliorare la tecnica.
Se vuoi approfondire, qui trovi una descrizione dei nostri corsi.

