Rispondi a: Parliamo di cinema?

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#19998
sec
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    No, non avevo letto la critica del Morandini a “Rosencrantz”. Bella, mi ci ritrovo, ma per me vale piu’ di 3 stelle. Va detto che l’ ho visto in lingua originale, sono sicuro che perde moltissimo una volta doppiato. E va detto anche che adoro il genere: il “casino controllato” o “glorioso cazzeggio”. Un po’ alla Wes Anderson, se vogliamo fare un paragone piu’ contemporaneo.
    Hai ragione sugli aspetti figurativi della Dolce vita/ Grande bellezza, concordo. Ma quello e’ un lato che e’ molto piu’ marcato in La grande bellezza. La Roma della Grande Bellezza e’ una Roma corrotta, ma stupenda. Le notti sulle sponde del Tevere, la malinconia delle luci ambrate, le terrazze dei palazzi del centro, l’ eredita’ storico-artistica… E’ un po’ una donna di cui hai paura di innammorarti, pericolosa, ma da cui sei immancabilmente attratto. Dalla Roma di Fellini vuoi solo scappare. Sono tutti interni di locali notturni e case private dell’ alta borghesia, con pochi scorci potenzialmente evocativi su cui non cade mai il fuoco della telecamera. Anche la famosissima scena della Fontana di Trevi… cazzo, Federico… me la vai a nascondere dietro le tette della Ekberg!! 😀 😀
    Che poi… che Fellini sia stato un’ ispirazione per Sorrentino e’ chiarissimo, ma i due lavori sono in fondo molto diversi. Sorrentino e’ piu’ coerente nell’ esposizione, il suo protagonista e’ marcio ma inquieto, alla fine la denuncia si compie perche’ Gambardella capisce che la salvezza e’ nella purezza dell’ amore adolescenziale. Nella dolce vita Marcello rifiuta la purezza ripudiando la fidanzata Emma nel modo piu’ crudele possibile. In questo e’ chiaro che Gambardella assume a pieno merito il suo ruolo di protagonista, quello dell’ intellettuale smarrito ma cosciente dello smarrimento, mentre nella Dolce Vita protagonista e’ solo la decadenza. Marcello e’ troppo negativo e passivo per condurre i giochi, mentre l’ unico personaggio “intellettuale” e distaccato dagli eventi, Steiner, e’ troppo inerte e fine a se stesso… infatti finisce per suicidarsi. Il tutto avrebbe ancora senso, se ci fosse liricita’ e bellezza delle immagini. Ma le isole di poesia per fumarsi quella sigaretta in santa pace… semplicemente non ci sono. Ricordo Ludwig, di Visconti. Anche li’ e’ solo decadenza… ma, porcaccia miseriaccia, era una decadenza assolutamente affascinante. La scena in barca nella grotta allagata del Linderhof, navigando tra i cigni? Stupenda.
    Nella Grande Bellezza i momenti lirici non mancano, hai pienamente ragione. Ricordo quella citazione che riporti, bellissima. C’e’ anche quel cameo di Fanny Ardent: due parole, tanti sguardi e lei che si allontana tra le ombre della notte. Poesia.
    Volevo davvero tanto farmi piacere la Grande Bellezza. Ma – secondo me – ha troppi difetti. Troppi dettagli inutili, troppi episodi inutili (la “santona” o quello che era) e troppa volgarita’ gratuita. Aho, non credere sia un bacchettone! Va bene perdersi nei meandri della voluttuosita’, ma a modo e con coerenza. E sopratutto con un fine. Per esempio… mi e’ piaciuto moltissimo Venus a la fourrure di Polanski, che non e’ esattamente un film per suore. Ma li’ l’ erotismo e’ centrale, necessario e pur se strabordante riesce a non essere volgare.
    In fondo il cinema non e’ letteratura: Lo scrittore e’ da solo con una penna davanti ad un pezzo di carta, la sua missione e’ quella di convogliare parte del suo pensiero e della sua anima su quel foglio, in un’ avventura che per un lettore dura giorni, settimane, mesi talvolta. Un regista fa un altro “sport”. E’ una sorta di alchimista che sta a li a pesare milligrammi di elementi: uno scenario, il talento dei suoi attori, telecamere, luci, fotografia, musica… cercando di comprimere un’ aura ed un messaggio in due ore, piu’ o meno. Azzeccare il bilanciamento giusto non sara’ un gioco da ragazzi.
    Comunque, Ricca’, resta inteso che sono sempre opinioni molto personali.