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In sette a processo per l’incidente di Elena Aubry

Nel maggio del 2018 Elena Aubry, 26enne romana, ha perso la vita sulla via Ostiense a Roma, a causa di due radici particolarmente prominenti, che le hanno fatto perdere il controllo della moto. Quattro anni e mezzo dopo, il GUP ha rinviato a giudizio sette persone, fra le quali sei funzionari della Capitale

Il GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) di Roma ha rinviato a giudizio sette persone per omicidio stradale, in relazione alla morte di Elena Aubry sulla via Ostiense. Un altro imputato che aveva chiesto il rito abbreviato, il responsabile della sorveglianza della ditta vincitrice dell’appalto per la manutenzione della strada, è stato condannato a due anni. Fra gli imputati – scrive l’Ansa – ci sarebbero sei funzionari comunali, tra cui due ultimi direttori del Simu (dipartimento Sviluppo infrastrutture e manutenzione urbana). Il giudice per loro ha fissato il processo al 9 luglio del 2024.

La notizia è stata accolta con soddisfazione dalla mamma della motociclista morta, che da quattro anni e mezzo sta conducendo una battaglia per avere giustizia.

I fatti risalgono al maggio del 2018, quando la 26enne Elena Aubry, che percorreva la via Ostiense all’altezza di Cineland in sella a una Honda Hornet, incappa in due forti rigonfiamenti dell’asfalto, causati dalle radici dei pini circostanti. Nell’incidente cade, perdendo la vita.

Una storia di ordinaria follia, che non si è svolta in un paese del terzo mondo, ma alla periferia di Roma.

Gli accertamenti, condotti con tecniche 3D, hanno messo in evidenza come Elena abbia perso il controllo della moto “tra due gibbosità, distanti appena un metro e 40 centimetri” una dall’altra. Gibbosità che oggi non ci sono più: la strada è stata rifatta dopo la morte di Elena.

Si tratta di un incidente che ha sollevato una forte ondata di emozione e rabbia fra i motociclisti romani, che hanno manifestato sul tratto di strada dell’incidente e che hanno continuato a seguirne gli sviluppi giudiziari, rimanendo in contatto con la famiglia della sfortunata motociclista.

Non è la prima volta che i responsabili della manutenzione di una strada vengono chiamati in causa dopo un incidente mortale, ma questo caso è particolare. Perché si è verificato a Roma, perché ha suscitato una ventata d’emozione enorme, perché oggi ci sono 7 rinviati a giudizio e un condannato.

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Si spera che l’azione giudiziaria spinga a investire sulle strade

Se i sette rinviati a giudizio sono colpevoli o meno, lo deciderà il processo. Di certo, non possiamo non essere soddisfatti per questa scelta del GUP. Le strade sono in pessime condizioni per una serie di motivazioni più o meno valide. Magari è vero che mancano i soldi, come si giustificano da sempre tutte le amministrazioni, e che le persone rinviate a giudizio non avrebbero potuto far sistemare quella strada perché non ne avevano i mezzi. Magari per davvero non è colpa loro. Però siamo felici che una vicenda grave come la morte di una persona non finisca insabbiata. Si tratta di omicidio stradale, ed è giusto trovare i colpevoli. Anche risalendo tutta la catena di comando.

Siamo costretti a circolare su strade che fanno schifo. Cosa che non comporta solo danni per i nostri veicoli, ma anche gravissimi rischi personali per ogni persona che percorra una qualunque strada in condizioni così pietose. Siamo stufi di questo, e della selva di limiti a 30 km/h per fondo dissestato.

Per questo oggi speriamo che qualcuno inizi a pagare. E che il clamore di questa vicenda serva a svegliare tutti i responsabili dello stato delle strade. Perché nel Terzo Millennio, a Roma, non si può morire per una strada piena di buche e dossi. Proprio no.

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